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5 MAGGIO 2014
#ALIMENTARECONSUMI. L’ASSEMBLEA DI FEDERALIMENTARE APRE CIBUS 2014

 

Comunicato stampa:

È L’ALIMENTARE IL VERO SIMBOLO DEL MADE IN ITALY MA LA CRISI SI FA SENTIRE: CALANO I CONSUMI INTERNI (-4% NEL 2013)E IN 10 ANNI CHIUDONO 12 MILA MICROIMPRESE

Secondo una ricerca DOXA-Federalimentare, per 6 italiani su 10 l’alimentare è il settore che ci rappresenta meglio nel mondo e quello che ha investito di più in sostenibilità. Fa meglio di altre punte di diamante dell’italianità come auto, tessile, calzature e arredo.E gli italiani (in media 7 su 10) si fidano sia dei prodotti alimentari che dei controlli fatti dalle aziende sui cibi. Riconoscimenti che arrivano però in un momento difficile di recessione dei consumi (per 7 italiani su 10 borsa della spesa più leggera e attenta agli sprechi), con la crisi che inizia ad intaccare la tenuta del settore e lo stesso export che, anche se ancora positivo nel 2013 (+5,8%), dimezza la sua crescita rispetto al 2010-2011 e apre “piatto” nel 2014. Federalimentare da Cibus lancia il suo appello al nuovo Governo, per sostenere il settore e rilanciare i consumi: no a tasse, accise e demagogie sull’identità del made in Italy alimentare.

L’immagine dell’industria alimentare è forte e la fiducia degli italiani verso il settore resta alta, nonostante una crisi che inizia a pesare sull’integrità del settore produttivo e continua ad erodere i consumi. Per quasi 6 italiani su 10 l’industria alimentare è infatti il settore che ci rappresenta di più al mondo, meglio di moda, design e automobili. È la percezione, impensabile fino a pochi anni fa, fotografata dalla ricerca “Gli Italiani e l’alimentazione”, condotta da DOXA per Federalimentare su un campione di 1000 persone rappresentativo della popolazione italiana adulta (15+ anni). In questa speciale classifica sull’“italianità”, che Federalimentare rende nota in occasione di Cibus 2014, l’alimentare (57%) “doppia” il settore della moda (27%) e, a distanza ancora maggiore, altri capisaldi come l’automobilistico (7%), le calzature (7%) e il comparto dei mobili e del design (3%). Ma c’è di più: alla domanda su quale sia il settore che ha investito maggiormente in sostenibilità ambientale (v. infografica 2), il giudizio degli italiani non cambia, con l’alimentare (54%) ancora primo, e di gran lunga, su tessile e moda (13%), automobili (8%), calzature (7%) e arredo e design (6%).

Anche nella crisi, l’immagine dell’industria alimentare italiana tra i nostri connazionali resta positiva, su livelli analoghi (o superiori) rispetto a dieci anni fa. Secondo la ricerca DOXA-Federalimentare, circa 7 italiani su 10 (71%, con punte dell’81%, nelle famiglie con bambini al di sotto dei 14 anni) dichiarano di aver fiducia nei confronti della qualità dei prodotti alimentari industriali che portano in tavola – dato allineato a quelli riscontrati dal Monitor DOXA di 10-12 anni fa con simile metodologia. E cresce leggermente – passando dal 62% al 65% nello stesso arco di tempo – la fiducia percepita dagli italiani verso i controlli fatti dalle aziende alimentari sui cibi, dato che nelle famiglie con bambini sotto i 14 anni arriva al 75%.

Ferrua: “La politica sostenga l’alimentare. Dal bonus in busta paga spinta per rilancio consumi”
“La percezione dell’industria alimentare come primo e vero simbolo del made in Italy, soprattutto in un momento complesso come questo – sostiene Filippo Ferrua Magliani, Presidente di Federalimentare – ci fa particolarmente piacere e certifica la vocazione alla qualità di un settore chiave dell’economia nazionale.
Ma purtroppo la crisi è arrivata a colpire anche noi e non c’è tempo da perdere perché, in assenza d’interventi, rischiamo di perdere anche il traino che il nostro comparto ha continuato ad assicurare all’idea del Made in Italy sui mercati esteri. Il 2013, con il suo -4%, è stato l’anno peggiore per i consumi interni. Un trend negativo che continua, pur se attenuato, anche nel primo trimestre del 2014. In 10 anni abbiamo visto chiudere 12 mila microimprese. Questo nonostante un andamento decennale assai più dinamico (+8% contro -22%) rispetto al resto dell’industria italiana. L’industria alimentare ha ancora le potenzialità intatte per essere il motore della crescita e della ripresa della nostra economia. Ma serve una politica attenta e sensibile a sostenerne lo sviluppo, piuttosto che ad aggiungere tasse e burocrazia… Misure come il bonus di 80 euro in busta paga potrebbero aiutare a rilanciare il clima di fiducia e favorire un incremento dei consumi alimentari che, grazie a questo provvedimento, potrebbero ammontare al +0,5% circa a valori correnti.”

Borsa della spesa più leggera e antispreco per 7 italiani su 10. Ma il 5% non bada alla data di scadenza
A tale proposito, la ricerca DOXA-Federalimentare evidenzia i cambiamenti delle abitudini d’acquisto degli italiani, oramai più strutturali che congiunturali dopo 6 anni ininterrotti di crisi, tra nuova etica dei consumi e comportamenti a rischio dettati da bilanci familiari sempre più all’osso. Ben 7 italiani su 10 (69%) hanno ridotto i consumi e la spesa alimentare. Circa 1 italiano su 3 si dichiara più attento agli sprechi (il 37%) e va al supermercato meno spesso (34%), facendo un po’ di scorte quando ci sono le offerte. Per una spesa più consapevole e attenta al risparmio, il 22% diversifica i luoghi di acquisto, andando di volta in volta in tipologie diverse di negozi (supermercato, discount, mercatino, ecc.), mentre il 17% ha semplicemente ridotto le dosi. Analoghe percentuali per quanti (il 15%) risparmiano sull’acquisto dei prodotti tipici “perché costano di più” e chi (13%) ha riscoperto il piacere degli alimenti e delle ricette più semplici. Ma c’è anche un 5%, in proiezione circa 2-3 milioni di persone, che ammette di non badare troppo alla scadenza e di usare i prodotti alimentari anche oltre la data di consumo consigliata.
Spendiamo di meno e in minor quantità, ma siamo sempre più attenti a cosa mettiamo nel carrello della spesa: tutti, o quasi (91%) leggono le etichette al momento dell’acquisto, sempre (64%) o spesso (27%); minore (75%) è la percentuale di quanti le ricontrollano quando tolgono il prodotto dal frigo o dalla dispensa. L’informazione più interessante? Per 1 italiano su 2 (45%) è la data di scadenza. Seguono ingredienti (16%) e luogo di produzione (14%), mentre solo 1 italiano su 10 (10%) considera rilevante l’origine delle materie prime.

Consumi alimentari, -14 punti dal 2007. E la recessione continua anche nel 2014…
Coerentemente con questo scenario, i dati del settore nel 2013 parlano chiaro. Si è trattato dell’anno peggiore dall’inizio della crisi, con una caduta delle vendite alimentari del -4% in termini di fatturato a valori costanti e del -2,1% in quantità. Sono le discese più marcate degli ultimi anni, che fissano il calo dei consumi interni in quasi 14 punti dal 2007. E anche il primo bimestre 2014 conferma questo andamento negativo, con cali prossimi a 2 punti percentuali in termini di fatturato vendite in valuta costante, e a 1 punto in termini quantitativi.

L’export si conferma positivo (+5,8%), ma rallenta e apre piatto nel 2014
A fronte della recessione del mercato interno denunciata dal Presidente di Federalimentare – solo nel 2015 i consumi dovrebbero finalmente ritornare a crescere, seppur con una variazione molto marginale – l’export continua a registrare valori di segno positivo, ma il suo andamento non riesce più a tamponare l’emorragia dei consumi: il +5,8% registrato nel 2013 costituisce infatti un rallentamento rispetto al +6,9% del 2012 e una brusca frenata sui consuntivi a due cifre del 2011 (+10,0%) e 2010 (+10,2%). Un calo preoccupante per il “motore” del settore alimentare (v. infografica 3), che deve misurarsi con i suoi competitor soprattutto nei mercati emergenti come Brasile, Russia, India e Cina (BRIC), e in quelli in via di affermazione, i cd. MINT (Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia), la cui domanda di prodotti “belli e ben fatti” sembra fatta su misura per una produzione alimentare di qualità come quella italiana.

Occupazione: in 10 anni chiuse 12mila micro-imprese
Ma è sul fronte occupazionale che il settore alimentare paga alla crisi un prezzo significativo, ancor più simbolico per la sua storica anticiclicità. Rispetto a 10 anni fa il numero delle imprese alimentari è calato del -17,9%, mentre quello degli addetti (oggi superiore alle 385mila unità) segna una riduzione del -13,6%. A chiudere sono state soprattutto le micro-imprese fino a 9 addetti, oggi 48mila rispetto alle 60mila del 2001. Tiene, invece, la fascia propriamente “industriale” delle imprese alimentari, quella superiore ai 9 addetti, con oltre 6.800 imprese (erano circa 6.900 10 anni fa). Nonostante tutto, quindi, la spina dorsale del comparto è sostanzialmente integra rispetto ad altre realtà del manifatturiero. E per questo a buon diritto l’alimentare può candidarsi a motore della crescita del Paese.

Federalimentare: “No a nuove tasse sul cibo e a dubbi sul valore del made in Italy alimentare”
“La traversata della crisi si sta ulteriormente allungando. E ormai la sua durata reca un peso peggiore dei numeri negativi che la congiuntura continua a recare – afferma Ferrua. L’immagine positiva del made in Italy alimentare sia un punto di partenza: adesso occorre semplificare, togliere ‘pesi’ dal sistema, e non commettere il delitto di aggiungerne o il nostro gap diventerà incolmabile. Mettere ‘sabbia’ nel motore della nostra competitività, gravandola di demagogie e tasse, penalizzerebbe una rincorsa già molto faticosa e non priva di chiaroscuri. Occorrono sforzi promozionali pragmatici, che non creino confusione nel consumatore sull’identità del Made in Italy alimentare. E per aiutare le aziende sui mercati più difficili e lontani. Quelli, cioè, che offrono le migliori prospettive di espansione di lungo periodo e dove, specie le PMI, arrivano con maggiore difficoltà. Il sostegno del sistema fieristico e di Cibus è, da questo punto di vista, fondamentale.”

Per un “food and drink” italiano caratterizzato da splendida immagine, ma da performance ancora largamente inadeguate, l’estero si conferma, soprattutto nel breve periodo, l’unica area di realistica espansione. A frenare la nostra crescita le barriere tariffarie e non tariffarie sui mercati chiave, o il fenomeno della contraffazione e dell’Italian Sounding, che supera i 60 miliardi di euro e raggiunge livelli macroscopici specie sui mercati più ricchi. Ma anche iniziative come il nuovo sistema di etichettatura nutrizionale “a semaforo” adottato dalla Gran Bretagna, che penalizza e discrimina l’export delle eccellenze italiane (salumi, formaggi, olio d’oliva, prodotti dolciari, a titolo di esempio) in uno dei suoi mercati più strategici. Fatto sta che l’industria alimentare italiana insegue diversi competitor sul fronte dell’incidenza dell’export sul fatturato: il nostro 20% viene superato da Germania (33%), Francia (26%) e Spagna (22%).

Una distanza che rischia di perpetuarsi in presenza di iniziative che impoveriscono, invece di qualificare la nostra produzione. È il caso delle proposte di nuovi marchi orizzontali del Made in Italy alimentare, o dell’integralismo (antistorico oltre che contrario alle norme UE sul “made in”) di campagne mediatiche sull’origine delle materie prime per favorire filiere autarchiche e materia prima nazionale (come se quella di importazione non fosse di assoluta qualità), piuttosto che la capacità di trasformazione delle imprese alimentari italiane. Un esempio specifico e recente di certe tendenze è quello che ha riguardato la proposta di elevare la percentuale di succo di frutta in alcune bevande. Tale obbligo avrebbe avuto il solo effetto di danneggiare gravemente le nostre imprese – che utilizzano più del doppio della percentuale di succo rispetto alla media UE (12% vs 5% media UE) – impedendo loro di produrre e vendere in Italia bibite con una ricetta apprezzata da anni, senza motivazioni ascrivibili alla salute del consumatore, che già dispone di una vasta gamma di prodotti con diversi tenori di succo, e senza alcuna garanzia di incremento delle vendite di prodotti agricoli nazionali, stante la possibilità per le imprese di trasformazione di approvvigionarsi all’estero e addirittura di delocalizzare gli impianti a pochi km.

“Un approccio nazionalistico del Made in Italy rischia di creare seri problemi alle imprese italiane – commenta Ferrua -, che già scontano strutturali gap di competitività rispetto ai concorrenti sul fronte del costo del lavoro e dell’energia, delle infrastrutture e della GDO. Inoltre, continuare a tassare i consumi alimentari, con i recenti aumenti IVA e, purtroppo, i prossimi nuovi aumenti delle accise su birra e distillati, oltre a non produrre gettito per le casse dello stato, sono misure che mettono a rischio le potenzialità del settore in termini di creazione di valore, occupazione e imprenditorialità. Cibus è la ‘festa’ del made in Italy alimentare, sia anche un momento di riflessione per valorizzarlo e rilanciarne la competitività.”

 

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